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LA NUOVA MEDICINA DEL DR. HAMER: LE METASTASI

Dicendo metastasi s’intende notoriamente il processo di disseminazione per il corpo di cellule malate di cancro. La via può essere linfatica, ematica o per contiguità locale Dove e quando queste cellule decidano di fare questo viaggio non è dato saperlo. Per questo le cellule malate vengono chiamate homeless, cellule senza casa, e se ne andrebbero in giro scegliendo a loro piacimento il nuovo sito dove proliferare. Queste cellule possono transitare da un organo e decidere di non fermarsi, perché quella casa

non piace. È il caso di cellule di un tumore intestinale che, per forza, passano dal fegato, ma vanno oltre e decidono per i polmoni o – perché no? – di andare fino al cervello. Non solo decidono dove andare e quando, addirittura possono trasformarsi da un tipo di tumore in un altro, a loro piacimento. Il tutto a distanza di molti anni. Queste deduzioni sono le conclusioni inevitabili di un’osservazione riduzionistica del co

rpo umano.Si crede in quello che si vede e si collegano insieme fenomeni presenti, ma che non hanno nulla a che fare l’uno con l’altro. Hamer non solo dà una risposta a questi errori di valutazione, ma risponde anche alla domanda di cosa in effetti siano queste cosiddette metastasi. Se dopo un tumore si riscontra a distanza di tempo un secondo tumore dello stesso tessuto embrionale, ovviamente il secondo tipo di tumore presenta la stessa struttura del primo. Così un adenocarcinoma intestinale presenta all’esame istologico le stesse cellule di un adenocarcinoma degli alveoli polmonari. Ma questo non perché siano migrate, ma solo perché i tessuti sono uguali e hanno lo stesso processo bifasico. Se invece i due tumori sono diversi come derivazione di tessuto embrionale – ad esempio un tumore osseo (da mesoderma recente) dopo un tumore prostatico (da endoderma) – i conti non tornato, ma per la Medicina classica tornano solo perché le cellule tumorali fanno quello che vogliono. Allora per dar ragione all’ipotesi accreditata bisognerebbe dimostrare di aver trovato nel sangue arterioso o nelle vie linfatiche queste cellule tumorali migranti. Da diverso tempo i ricercatori si sono adoperati alla ricerca di questa evidenza, alcuni anni fa, nel 2008, si era avuta un’intuizione geniale. I ricercatori del Medical Center dell’Università di Utrecht in collaborazione con la Yeshiva University di New York pensarono di iniettare delle cellule sane marcate con una proteina colorata e fluorescente all’interno del tumore della mammella di alcune cavie. L’esperimento si basava sul fatto che le cellule tumorali avrebbero invaso il tessuto contiguo sano ed eventualmente migrando, e così si sarebbe potuto seguire la proteina fluorescente e colorata che girava per il corpo. Come tanti articoli promettenti e scritti al condizionale, è rimasto senza riscontro e non se ne sa più nulla. Questa intuizione della colorazione di una proteina o di una cellula tumorale sarebbe indubbiamente una prova certa, ma per ora siamo sempre in attesa. Prima di argomentare le prove contrarie addotte da Hamer, ritengo che a livello sistemico e di analisi di laboratorio non si può escludere che delle cellule, anche di tipo tumorale, possano essere rilevate e comunque subiscano una disseminazione linfatica o ematica. Questo non dimostra assolutamente l’insorgenza, tanto più casuale, di un tumore in un altro sito. Sappiamo infatti che, specie dei tumori con cellule squamose, si può verificare un distacco di cellule e queste si possono riscontrare in un esame di laboratorio. Di fatto il destino di queste è di essere riassorbite a livello epatico. Non è su questo che si dimostrano o no le metastasi. La prova dell’insussistenza delle metastasi si ha al contrario, si mostrando che, se è vero, come scoperto da Hamer, che un tumore si manifesta a seguito di una DHS (conflitto biologico) in un preciso tessuto, sarà altresì vero che un secondo, un terzo e altri tumori si formano per un secondo, un terzo e altri conflitti. Sarà quindi sufficiente fare una verifica sui singoli pazienti. Noi, in seno all’Associazione ALBA, medici testimoni, abbiamo fatto questa verifica e il riscontro è stato sempre al 100%. Riporto alcuni esempi facili da riscontrare. Tutti sanno che quando viene asportata la prostata, le cosiddette cellule tumorali, scappate all’intervento o alla chemio formano molto spesso le metastasi alle ossa. In questo caso, gli oncologi non sanno spiegarsi perché, a differenza delle cellule di altri tumori, queste preferiscano sempre le ossa. Come fanno poi le cellule di tipo endoderma della prostata a trasformarsi in cellule del mesoderma? La nuova medicina del dott. Hamer: LE METASTASI 5 Perché poi non tutti quelli che hanno fatto l’intervento hanno le metastasi alle ossa? axe Percue PPe Le cellule tumorali deciderebbero a loro piacimento. Di fronte a tutte queste risposte che restano solo ipotesi, si può verificare la risposta certa e sempre verificabile data da Hamer. Il tumore alla prostata è per lo più un adenocarcinoma che cresce in fase attiva e riduce o incapsula in fase di soluzione. Il conflitto biologico è quello non riuscire più a fecondare la donna (sono diverse le situazioni all’atto pratico, che ora tralascio). Quando la Medicina interviene chirurgicamente con l’asportazione totale della prostata, si ha come conseguenza prevalente l’impotenza del maschio. Quando questa comporta un conflitto biologico di svalutazione il riflesso non può che essere sulle ossa. Può capitare che un uomo possa non vivere questo conflitto di svalutazione e allora non si assiste ad alcun programma sulle ossa. È raro però che questo avvenga, perché gli uomini che hanno problemi di prostata sono di fatto quelli che vivono.... da maschi. Un altro caso è il tumore agli alveoli polmonari, ritenuto metastasi di un altro tumore primario. Noi sappiamo che un adenocarcinoma polmonare si forma solo ed esclusivamente a seguito di una DHS con il contenuto conflittuale del panico della morte. Purtroppo spesso è quello che accade a seguito di una diagnosi di morte annunciata. Ricordo un caso emblematico. Una signora aveva fatto il giro di più oncologi per un tumore all’ovaio. L’ultimo oncologo, di quattro interpellati, telefonò al collega precedente, davanti alla signora, ma aveva inserito il vivavoce nel telefono. Dall’altra parte arrivò a voce alta la sentenza “Non si può fare molto per la signora, ha solo un mese di vita...”. Nell’arco di un mese il programma degli alveoli era stato attivato o, come si usa dire, la metastasi era partita. Non so come sia andata a finire per quella persona. Ho saputo solo che tre mesi dopo quella telefonata era ancora viva, ma con un tumore ai polmoni in corso. Tratto dal libro “Grazie ancora dottor Hamer” di Claudio Trupiano

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